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La santa che non c’è più. Santa Fortunata al Capo di Sorrento

Il 14 ottobre offre l'occasione per riportare alla luce non tanto una festa scomparsa, quanto un nome dimenticato

by Luigi D'Alise 13 Ottobre 2026
13 Ottobre 2026
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di Giovanni Gugg | antropologo

A Sorrento il nome di Santa Fortunata si incontra ancora lungo via Capo, ma soprattutto sull’insegna di un campeggio. Per molti sorrentini, e ancor più per chi frequenta la città da turista, è ormai semplicemente questo: il nome di una struttura ricettiva immersa nel verde. Eppure viene da molto più lontano, perché prima che il promontorio fosse chiamato comunemente Capo di Sorrento e prima ancora che la sua celebre insenatura diventasse per tutti i Bagni della Regina Giovanna, questa estremità della penisola era conosciuta anche come Capo di Santa Fortunata.
Il nome derivava da una cappella che sorgeva sulla punta del promontorio, nell’area occupata molti secoli prima da una grande villa romana. Della chiesetta sappiamo poco, ma non così poco come potrebbe sembrare. Nel 1895 Nicola Iovino dedicò a questo luogo un intero volumetto, Il Pollio ovvero Capo S. Fortunata e suoi dintorni, raccogliendo anche testimonianze di persone anziane che ricordavano dove si trovasse l’edificio e quale fosse, almeno approssimativamente, il suo aspetto. La cappella doveva essere certamente anteriore al Quattrocento, mentre rimangono incerte sia la data della sua costruzione sia quella della sua scomparsa.
Anche la santa alla quale era dedicata ci conduce lontano da Sorrento. Fortunata è tradizionalmente identificata con una giovane martire dell’antica Cesarea Marittima, vissuta al tempo delle persecuzioni di Diocleziano, anche se la sua vicenda agiografica presenta diversi punti oscuri e le fonti non permettono sempre di distinguere con certezza figure e tradizioni che nel corso dei secoli possono essersi sovrapposte. Più sicura è invece l’antichità del culto di una Santa Fortunata in Campania. A Liternum, presso l’attuale Lago Patria, esisteva una basilica paleocristiana a lei dedicata, i cui resti furono individuati nel 1933, e ancora nel 986 un documento ricorda nello stesso territorio una chiesa di Santa Fortunata. Nell’VIII secolo il vescovo di Napoli Stefano II fece trasferire da Patria a Napoli le reliquie attribuite alla martire, collocandole nel monastero di San Gaudioso, dove le dedicò una basilica; un’altra antica cappella intitolata alla santa si trovava a Forcella.
Anche la data della sua commemorazione conserva qualche incertezza. Diverse tradizioni agiografiche collocano la memoria di Fortunata tra il 12 e il 15 ottobre, mentre a Napoli si affermò il 14 ottobre, data accolta anche dal Martirologio Romano. Non si tratta però di una festa del Calendario Romano Generale, quello cioè delle celebrazioni estese alla Chiesa universale. È un’altra piccola traccia della storia di un culto che sembra essersi radicato soprattutto in alcuni territori e che, nel corso dei secoli, ha conosciuto vicende differenti.
Non sappiamo quando e attraverso quali rapporti questa devozione sia arrivata fino a Sorrento, né abbiamo testimonianze, almeno per ora, di processioni o feste dedicate a Fortunata rimaste nella memoria degli abitanti. Ma non sarebbe corretto riempire questo vuoto con ciò che non conosciamo. Proprio il silenzio che circonda oggi la santa dice qualcosa del modo in cui cambia la vita religiosa di un territorio: alcune devozioni continuano per secoli, altre si affievoliscono insieme agli edifici, alle famiglie e alle comunità che le sostenevano, lasciando talvolta dietro di sé soltanto un nome.
Al Capo questo processo è particolarmente evidente. Sullo stesso promontorio si sono depositate storie molto diverse: la grande villa romana, la cappella medievale e infine la leggenda della Regina Giovanna, che ha finito per imporsi sulle altre nella memoria contemporanea. Ancora all’inizio del Novecento Manfredi Fasulo ricordava le «piccanti leggende» sorte intorno alle due regine di Napoli chiamate Giovanna, pur ammettendo che non esistevano riscontri per stabilire quale delle due avesse realmente frequentato quel luogo. Oggi il nome Bagni della Regina Giovanna è conosciutissimo, mentre quello di Santa Fortunata è diventato quasi indecifrabile.
È una sorte comune a molti toponimi, che continuiamo a usare anche quando abbiamo dimenticato la persona, l’evento, l’attività o la devozione da cui hanno avuto origine. Nel nostro caso il paradosso è ancora più curioso: proprio il turismo, che ha contribuito a rendere dominante il nome della Regina Giovanna, ha finito per conservare Santa Fortunata nell’insegna di un campeggio.
Intorno alla cappella sorrentina è nata anche l’ipotesi che prima della santa cristiana vi fosse qui un culto della dea romana Fortuna. La somiglianza dei nomi è invitante e il riuso cristiano di precedenti luoghi sacri è ben documentato altrove, ma per il Capo di Sorrento mancano elementi sufficienti per sostenerlo. Meglio considerarla per quello che è: una possibilità suggestiva, non una continuità dimostrata.
Il 14 ottobre, giorno al quale una lunga tradizione lega la memoria di Santa Fortunata, offre allora l’occasione per riportare alla luce non tanto una festa scomparsa (non sappiamo neppure se a Sorrento ne sia mai esistita una nelle forme che oggi associamo alle feste patronali) quanto un nome dimenticato. Prima dei Bagni della Regina Giovanna, quel promontorio era anche il Capo di Santa Fortunata. La cappella non c’è più e della devozione locale sappiamo pochissimo, ma il nome è sopravvissuto abbastanza a lungo da arrivare fino a noi. Forse vale la pena tornare a chiedersi perché.

Santa Fortunata al CapoSorrento

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