di Giovanni Gugg | antropologo
A Foglianise, nel Beneventano, agosto non è solo un mese, perché è anche una forma di comunità che prende corpo giorno dopo giorno, dall’8 al 18, tra celebrazioni religiose e programma civile, finché il paese arriva al suo punto di massima densità.
Il momento che tutti aspettano cade il 16 agosto, quando la mattina sfilano i carri di grano, una trentina di “macchine da festa” costruite con un’ostinazione artigiana che ha pochi equivalenti: paglia intrecciata, pazienza, mano ferma, sguardo architettonico.
Quello che colpisce, a Foglianise, è che il grano è più di semplice simbolo dell’abbondanza, poiché è soprattutto materia da progetto, superficie decorativa, pelle luminosa. Su un telaio di legno, invisibile ma decisivo, si monta un rivestimento fatto di intrecci e micro-soluzioni tecniche tramandate per pratica, più che per istruzione. Non si tratta soltanto di “coprire” un carro, bensì di far emergere un repertorio di dettagli, come cornici, rosoni, fregi, colonnine, portali, persino l’illusione di un’ombra. Il grano, cioè, qui è un materiale che sa farsi pietra, e lo fa restando se stesso.
Spesso, i carri riproducono facciate di chiese, altari, palazzi, monumenti celebri, scelti e reinventati in scala, in un effetto complessivo che ricorda quello di un museo itinerante, senza tuttavia che sia preteso silenzio: vive, infatti, nel rumore della festa e nel commento dei presenti. E come ogni museo davvero popolare, è anche un terreno di riconoscimento, siccome chi guarda non è solo spettatore, ma sa chi ha lavorato a quel carro, sa dove si sono riuniti, quante notti ci hanno messo, quale gruppo ci ha “messo la firma” senza dichiararla.
Davanti ai carri sfilano le pacchiane, donne in abito tradizionale con la gregna sul capo, disposte in due ali. La loro presenza non è decorativa, ma strutturale: riporta la festa al gesto originario dell’offerta. Portare il covone significa rendere visibile il peso del grano, l’equilibrio del corpo, una competenza fatta di postura e passo, prima ancora che di estetica. In quel tratto del corteo il grano non è ancora monumento né virtuosismo tecnico, ma materia raccolta, legata, donata. Le pacchiane ricordano che l’intreccio nasce dal lavoro quotidiano sulla mietitura e che la bellezza dei carri affonda le radici in una cultura materiale condivisa, dove il grano è insieme fatica, risorsa e segno di appartenenza.
Sullo sfondo c’è una storia che intreccia livelli diversi, infatti il racconto locale riconduce l’origine a riti di ringraziamento di epoca romana, legati a divinità come Cerere o Fortuna, poi assorbiti e riformulati in chiave cristiana. Ma il nodo devozionale che dà alla festa la sua fisionomia attuale passa per San Rocco, invocato durante la peste del 1656, quando gli vennero offerte in devozioni gran quantità di grano. Successivamente, la devozione si intensificò ulteriormente quando il cardinale Orsini (il futuro Benedetto XIII) fece giungere a Foglianise una reliquia del santo, evento che diede “linfa” al culto, stabilizzando, anno dopo anno, una grammatica di ringraziamento che ha nel grano il suo linguaggio principale.
In questa lunga durata, un documento torna spesso come prova concreta della continuità: il Libro del Cannaruto, un manoscritto dove tra 1730 e 1761 vennero annotati rendiconti e spaccati di storia cittadina, e che oggi viene indicato come testimonianza preziosa della devozione e della lavorazione della paglia.
Se c’è una scena che riassume l’intero impianto simbolico della festa è quella dei carri colmi e splendidi, realizzati con una perizia tecnica che sfida il “materiale povero”, e una direzione votiva molto netta. Non è una sfilata “sul grano”, ma “del grano”, equivalente a una offerta trasformata in forma, come competenza collettiva, come orgoglio locale che non ha bisogno di proclamarsi tale.
E forse è proprio qui il punto. Foglianise non mette in mostra più di una tradizione, ovvero la capacità di un paese di organizzare tempo, lavoro, alleanze, segreti di bottega e memoria religiosa attorno a un oggetto che dura poche ore e che però chiede mesi di preparazione. Un’architettura destinata a non restare, ma anche a non essere dimenticata, perché riviene, ogni anno, con la stessa promessa: far vedere che cosa può diventare il grano quando smette di essere solo raccolto e torna ad essere linguaggio.