di Giovanni Gugg | antropologo
Ogni anno, nella notte tra la domenica e il lunedì di Pentecoste, il calendario popolare della Costiera Amalfitana si verticalizza. Da Maiori, ma anche da Tramonti, Agerola, Cava de’ Tirreni, Nocera e da altri centri dell’entroterra, centinaia di persone si mettono in cammino verso il monte Falesio, sui Monti Lattari. La meta è il Santuario della Madonna Avvocata, posto su un pianoro a oltre ottocento metri d’altezza, in un paesaggio che domina il golfo di Salerno e che costringe il corpo a misurarsi con la salita prima ancora che con la devozione.
Secondo la tradizione, nel 1470 la Vergine apparve in una grotta a un giovane pastore, Gabriele Cinnamo, chiedendogli di costruire una cappella proprio in quel luogo. In quell’occasione si sarebbe presentata come “Avvocata”, titolo che ancora oggi accompagna le invocazioni dei fedeli e che allude a una funzione di intercessione, di difesa, di presa in carico delle fragilità umane. La festa non si esaurisce in un giorno preciso: è l’attesa della Pentecoste, il viaggio notturno, la permanenza sul monte a costituire il cuore dell’esperienza.
Il pellegrinaggio è parte essenziale del rito. Non è solo spostamento, ma prova. Si sale lungo sentieri ripidi, spesso seguendo antichi tracciati di muli e carbonai, attraversando boschi che portano con sé un immaginario fitto di simboli. Come ha scritto David Le Breton, il pellegrino lascia il proprio spazio ordinario per raggiungere un luogo che considera caricato di presenza. Qui il cammino diventa una forma di preghiera estesa, fatta con il corpo intero, una devozione che si misura in passi, sudore, respiro corto.
Arrivando in cima, soprattutto nelle prime ore del mattino, si ha la sensazione di entrare in una comunità temporanea. Famiglie intere, anziani e bambini, gruppi di amici, devoti solitari, curiosi e frequentatori abituali occupano i prati intorno al santuario. Si accendono fuochi per cucinare, si riempiono pentole alle fontanelle, ci si stende sull’erba in attesa della messa. Il sacro non è separato dalla vita quotidiana, perché la convivenza, il cibo, la fatica condivisa fanno parte della stessa grammatica rituale.
Dopo la celebrazione liturgica, la statua della Madonna viene portata a spalla lungo il breve ma intensissimo percorso che conduce alla grotta dell’apparizione. Il passo è lento, quasi ostinato. I portatori si alternano, il corpo diventa supporto diretto dell’effigie, e attorno si stringe una folla compatta. Petali di rose cadono in quantità, la musica accompagna il movimento, un motivo sacro viene ripetuto in modo ossessivo da strumenti e voci, come se servisse a sostenere lo sforzo. Alla fine, i petali vengono raccolti e distribuiti ai fedeli: piccoli frammenti di un passaggio che ciascuno porta via con sé.
È a questo punto, dopo la salita, la messa e la processione, che la festa cambia registro. Nei prati che circondano il santuario la tensione accumulata si scioglie lentamente nella tammurriata. Il tamburo comincia a farsi sentire quasi in sordina, come un prolungamento del passo, e poi prende corpo. Si formano piccoli cerchi, non ordinati né stabili, che nascono e si dissolvono seguendo il ritmo, l’energia, la stanchezza. Qui la danza non precede il rito e non lo invade: arriva dopo, come una restituzione. È il momento in cui il corpo, provato dalla salita e dalla compressione processionale, ritrova una mobilità diversa, meno gravosa, più elastica. La tammurriata dell’Avvocata non “anima” la festa: la conclude senza chiuderla, trasformando la fatica in presenza e la devozione in permanenza sul luogo. Non è un’aggiunta folclorica alla devozione, ma è una modalità di stare insieme che prolunga il rito e ne cambia il tono senza contraddirlo. Ed è anche ciò che attira molti visitatori e che ha reso la Madonna Avvocata uno degli appuntamenti più importanti dell’anno per chi pratica, studia o semplicemente osserva le danze tradizionali fuori dai contesti spettacolarizzati.
Negli ultimi decenni, il successo della tammurriata ha suscitato discussioni e ambivalenze. Alcuni parlano di riscoperta, altri di moda, altri ancora di snaturamento. C’è chi, come Daniele Sepe, ha espresso disagio di fronte a forme di riproduzione “addomesticata” o turistica delle danze popolari, contrapposte a ciò che viene percepito come un sentire più radicato. La questione è reale, ma forse va spostata di piano. Non esiste una cultura popolare unica e immobile: esistono culture popolari plurali, con dislivelli interni, conflitti, reinvenzioni continue, infatti anche la Madonna delle tammurriate vive di questa tensione.
Sul monte dell’Avvocata, tuttavia, qualcosa resiste. Il contesto, la fatica della salita, la permanenza notturna, l’assenza di palchi e di mediazioni forti impediscono una riduzione completa a evento. Qui la danza è parte di un’esperienza che tiene insieme luogo, corpo e tempo, che poi è ciò che rende la festa così potente e così difficile da classificare. Non è solo una devozione mariana, né solo un raduno musicale, ma un pellegrinaggio che, arrivato in cima, trova nella danza il suo modo più diretto di dire che la salita è compiuta.
(Nella foto, di Maiori News, un momento della festa)