di Giovanni Gugg | antropologo
A Polsi non si “capita” per caso. Ci si arriva perché qualcuno ci ha portato – da bambino, da adolescente, da adulto – oppure perché, prima o poi, la cartina dell’Aspromonte smette di essere un contorno verde e diventa una domanda: che cosa spinge migliaia di persone a salire fin quassù, ogni anno, tra fine agosto e i primi giorni di settembre?
Il Santuario della Madonna della Montagna di Polsi è una delle mete mariane più importanti della Calabria. Il pellegrinaggio culmina tradizionalmente tra il 31 agosto e il 2 settembre, con veglie, messe all’alba e la processione della statua. E, come spesso accade nei santuari “alti”, anche qui la tradizione mette al centro un racconto di origine che lega la Madonna al paesaggio stesso: secondo una versione molto diffusa, un toro (o un vitello) avrebbe condotto i pastori fino al luogo dove era nascosta o custodita l’immagine sacra; il ritrovamento avrebbe indicato quel punto come sede “giusta” per il culto. In altre varianti è la Madonna a manifestarsi e a “chiedere” che la sua presenza resti in montagna. In ogni caso, il mito fa quello che i miti sanno fare bene, ossia trasforma una valle, un bosco, una gola aspromontana in una geografia eletta, in un luogo che non è intercambiabile.
Polsi, però, è più di un santuario, perché è un pezzo di montagna che, per qualche giorno, si popola di bivacchi, cucine improvvisate, fuochi, coperte stese sull’erba, famiglie intere e comitive che si riconoscono. È una forma di raduno che tiene insieme devozione, fatica, socialità e paesaggio. Chi lo guarda da lontano rischia di vedere solo “folklore”; chi ci sta dentro avverte piuttosto come una comunità – diffusa, frammentata, spesso emigrata – si riprende per un attimo la propria geografia affettiva. Chiaramente, dentro questa socialità c’è anche la musica, e non come semplice contorno, perché le cronache e le descrizioni del pellegrinaggio registrano la presenza di suoni e danze tradizionali (zampogne, tamburi, tarantella aspromontana), pratiche che per molti devoti hanno una specifica tonalità votiva e comunitariam, quella di stare, vegliare, suonare, “tenere” la notte. Non è un elemento separato dal sacro, ma uno dei modi con cui, in questi contesti, viene vissuto il sacro, cioè con il corpo stanco, con il fiato corto, con la voce e con il ritmo.
Negli ultimi anni questa dimensione concreta è diventata ancora più visibile per ragioni molto pratiche: sicurezza, viabilità, limiti agli accessi. Nel 2025, ad esempio, la Curia ha annunciato la sospensione del pellegrinaggio al santuario per l’impraticabilità delle strade; poi sono seguite polemiche e ripensamenti. Ma, al netto delle scelte contingenti, emerge una cosa chiara: Polsi è un nervo identitario.
Da qui si apre il tema delicato, quello che tende a fare di Polsi un simbolo univoco, una metonimia della Calabria intera, spesso ridotta a emblema esclusivo di collusioni, poteri opachi e criminalità. È una scorciatoia narrativa comoda: prendi un luogo complesso e lo schiacci su un solo fotogramma, quello che conferma l’idea che avevi già. Vito Teti, ragionando su come si costruiscono le immagini pubbliche della regione, ha parlato di una vera “cappa mediatica” e di letture ripetitive e schematiche, che finiscono per togliere respiro perfino alla possibilità di speranza.
Io non nego le ombre, anzi sarebbe ingenuo, eppure rifiuto il riduzionismo, perché la realtà che si vede a Polsi è più ampia e più umana dello stereotipo. Ci sono anziani che salgono per mantenere una promessa; giovani che vengono per una devozione ereditata e per un bisogno di stare insieme; famiglie intere che trasformano la salita in genealogia; donne che portano ex voto e sguardi che non hanno niente di teatrale. E poi c’è un fatto antropologico elementare: i grandi santuari popolari sono, per definizione, luoghi di densità sociale; e dove c’è densità, c’è contesa del significato, della scena, delle regole, dell’autorità.
Anni fa, durante una celebrazione solenne, mi colpì un passaggio dell’omelia in cui si attaccava duramente la stampa, accusata di “infangare” e di giudicare; ma, al contempo, si volgeva un richiamo al perdono, perché il perdono è sempre possibile per chi si converte, anche all’ultimo istante. Lo ricordo perché sembrava una presa di posizione su un conflitto in corso: chi ha diritto di definire Polsi? chi ha diritto di raccontarlo? chi decide cosa è “vero”, cosa è “falso”, cosa è “sacrilegio”, cosa è “devozione”? Polsi è un campo di forze, non una cartolina.
Per questo, forse, il modo più onesto di parlarne è sottrarre il santuario alla doppia trappola: da un lato lo scandalo come destino narrativo; dall’altro l’autoassoluzione identitaria che nega ogni ombra. Polsi, piuttosto, va preso per ciò che è, ossia una macchina rituale di grande potenza, capace di radunare e ricomporre; un santuario che tiene insieme fede e appartenenza, vulnerabilità e orgoglio; un luogo che fa vedere, in pochi giorni, molte Calabrie diverse, non una sola.