di Giovanni Gugg | antropologo
Il 19 settembre, a Napoli, non è una data qualsiasi, perché è il giorno in cui la città si misura, ancora una volta, con il proprio santo più ingombrante e più familiare. San Gennaro non è solo il patrono ufficiale, ma è un interlocutore pubblico, una presenza con cui si discute, si contratta, si scherza e, all’occorrenza, ci si arrabbia. La sua festa è più di una ricorrenza liturgica, perché è anche un momento di forte esposizione collettiva, in cui fede, ansia, ironia e politica simbolica si addensano nello spazio ristretto del Duomo.
Secondo la tradizione, Gennaro sarebbe stato vescovo di Benevento e martirizzato all’inizio del IV secolo, durante le persecuzioni di Diocleziano. Il racconto più diffuso parla di una decapitazione nei pressi della Solfatara di Pozzuoli, e di una donna – spesso identificata come Eusebia – che avrebbe raccolto il sangue del santo in due ampolle. Dal punto di vista storico, però, le certezze sono poche. Non esistono prove coeve del martirio così come viene narrato, né dell’origine del liquido conservato nel reliquiario. La prima attestazione certa della liquefazione del sangue risale al 1389, più di mille anni dopo gli eventi supposti. Questo scarto temporale è già sufficiente a spiegare perché, attorno al prodigio, convivano devozione fervida e perplessità altrettanto tenaci.
Oggi il culto di San Gennaro si articola in tre momenti principali dell’anno: il sabato che precede la prima domenica di maggio, il 19 settembre – anniversario del martirio – e il 16 dicembre, memoria del Patrocinio, legata all’eruzione del Vesuvio del 1631, quando la città attribuì al santo la salvezza da una catastrofe peggiore. In tutte e tre le occasioni, l’attenzione converge sullo stesso gesto: l’esposizione dell’ampolla e l’attesa della liquefazione. Un’attesa che non è mai banale, perché il sangue che si scioglie è considerato di buon auspicio, mentre quello che resta solido – o si scioglie solo parzialmente – apre immediatamente il campo dell’interpretazione.
È proprio qui che il “miracolo” mostra la sua natura più interessante, dal punto di vista antropologico. Non è un evento che chiude il discorso, ma uno che lo apre, nel senso che nei secoli sono stati compilati veri e propri cataloghi dei segni: sangue fluido, semiliquido, opaco, incompleto, tardivo. A ciascuna modalità sono stati associati presagi, talvolta confermati a posteriori, talvolta clamorosamente smentiti. Qualcuno ha persino provato a calcolarne le percentuali di attendibilità, con risultati che oscillano tra il serio e il paradossale. La Chiesa, ufficialmente, invita alla prudenza e ribadisce che non si tratta di un dogma di fede. E tuttavia continua a custodire, mostrare e ritualizzare quel gesto, consapevole del suo peso simbolico.
La festa del 19 settembre, così come si svolge oggi, riflette perfettamente questa ambiguità: da un lato c’è la liturgia solenne, il busto argenteo del santo, il linguaggio formale delle autorità religiose, mentre dall’altro c’è una partecipazione popolare che non è mai passiva, siccome i fedeli parlano a San Gennaro, lo incalzano, lo rimproverano, lo implorano con espressioni che oscillano tra la preghiera e la confidenza sfrontata. Evidentemente, Napoli non chiede solo protezione, ma risposte. E le chiede in pubblico.
Il punto, però, non è stabilire se il miracolo “sia vero” o “sia falso”, perché la sua efficacia non è nella verifica scientifica, quanto, piuttosto, nella funzione che svolge. In altre parole, il sangue di San Gennaro è un dispositivo simbolico che rende visibile l’incertezza, infatti quando si scioglie produce sollievo, ma quando non lo fa, o lo fa a metà, genera inquietudine. In entrambi i casi costringe la città a interrogarsi sul proprio presente. È per questo che i cosiddetti “prodigi parziali” risultano spesso più disturbanti di un mancato miracolo netto, perché non permettono una lettura univoca, non chiudono il segno, ma lo lasciano sospeso.
Non è un caso che, nei momenti di crisi, San Gennaro venga chiamato in causa come se fosse un attore politico, infatti a lui si attribuiscono responsabilità che vanno ben oltre la sfera religiosa. Ad esempio, gli si chiede di intervenire su ciò che è già disastro, non su ciò che potrebbe diventarlo. E allora la vera domanda non riguarda tanto il sangue nell’ampolla, quanto il bisogno collettivo che quel sangue continui a “dire qualcosa”. Anche il desiderio, espresso da qualcuno, che il miracolo non avvenga, va letto in questa chiave: non come provocazione anticlericale, ma come richiesta di uno scossone, di una presa di coscienza che non può più essere delegata al cielo.
San Gennaro, in fondo, è un santo che non pacifica, ma espone; un patrono che non risolve, ma rende evidente la tensione tra speranza e realtà. Il 19 settembre Napoli non celebra una certezza, ma una domanda che ritorna, puntuale, e che nessuna liquefazione potrà mai chiudere definitivamente.