Il vino da uve biologiche riscuote sempre più interesse sul mercato locale ed internazionale. In Italia sono circa 35mila gli ettari di vigneto coltivato in biologico, circa la metà della superficie europea investita a tale coltura. E sono 325mila le bottiglie di vino da uva coltivata con questo metodo vendute, nel 2006, attraverso la grande distribuzione, per un valore complessivo di 1,23 milioni di euro.
In attesa dell’emanazione del regolamento europeo sulla vinificazione biologica, attesa da più parti, c’è chi continua con caparbietà sulla propria strada. Come Alfonso Arpino (nella foto), medico per vocazione e vignaiolo pure. Lo avevamo conosciuto lo scorso maggio al Salone della mozzarella di Paestum, con il suo Monte di Grazia Rosato Campania Igt 2008. Ci siamo rivisti la scorsa settimana a Castelvenere per i “Grandi vini da piccole vigne”. Qualche giorno dopo, eccoci a Tramonti, piccolo comune della costiera amalfitana, uno dei tredici comuni del comprensorio, costituito a sua volta da tredici frazioni.
Dal 1997 Monte di Grazia vinifica le uve dei vigneti di proprietà coltivati con metodo biologico: letame di stalla per la concimazione, verderame e zolfo per combattere la peronospora e l’oidio. Le viti, con impianto a piede franco, si estendono su una superficie di 27mila metri quadrati, hanno un’età media di 80 anni. Risentono non solo dell’influsso del libeccio e della brezza marina, ma anche del vento del Nord. Quella tramontana che dà il nome alla località. Tre i vini prodotti, con la consulenza dell’enologo Gerardo Vernazzaro: Monte di Grazia rosso (tintore 90%, piedirosso 10%, 4.000 bottiglie annue) bianco (bianca tenera 40%, ginestra 40%, pepella 20%, tra le mille e le 2000 bottiglie) e rosato (tintore, 700 bottiglie).
Ci invita a lasciare la nostra auto e a proseguire a bordo della sua 4×4. Colazione nella vigna Monte di Grazia – pere butirre e percoche, che bontà – la più alta delle cinque dell’azienda con i suoi 600 metri sul livello del mare: . Da lontano un muro macchiato di rosso cattura la nostra attenzione. “Sono “piennoli” di pomodorini che qui chiamiamo “cento a scocca” – spiega Arpino -. Altro prodotto locale è la “mesca ‘e fasule”. I contadini di Tramonti coltivavano questa miscela di fagioli per essere sicuri che c’erano sempre abbastanza: sullo stesso terreno della vite, perché la convivenza delle due piante migliora la salute di entrambi. La vite fa ombra e il fagiolo migliora l’alimentazione della vite dando l’azoto al terreno”.
Varietà che hanno i nomi di Pallatiello, Ova ‘e laciertula, Niro, Borlottino, Riginiello, Tabacchiello, Marrò, Verdone, Viola. Qua e là nel vigneto, popolato dalle viti centenarie, disposte a raggera e sostenute da pali di castagno, si intravedono muri di fascine. “Servono come esca per i tarli – risponde il medico-vignaiolo -. In questo modo gli insetti vengono attirati dal legno, evitando di danneggiare le viti e soprattutto senza impiegare sostanze nocive”.
Pochi chilometri e siamo in cantina, ospitata in una vecchia casa contadina, ristrutturata secondo i dettami della bio architettura, dove è possibile anche alloggiare. Sulla bella terrazza, Arpino e Sabine Emmy Eller, che cura il marketing dell’azienda, stappano per noi un rosso 2005, fermentato in acciaio tra i 22 e i 24 gradi per poi affinare in bottiglia per un anno. Al naso apprezziamo frutta rossa, speziato e resina dolce, in bocca, la straordinaria acidità del tintore.
Ma è tardi, bisogna correre via. Pedalare, sulle orme dei miti delle due ruote, da Bartali a Coppi, che in questi luoghi hanno lasciato traccia delle loro grandi imprese sportive.
(Luigi D’Alise)