di Giovanni Gugg | antropologo
Il 10 agosto, nel pieno dell’estate, l’Italia rallenta per qualche ora. Non ci sono carri, non ci sono processioni, non ci sono statue da portare a spalla, piuttosto c’è un movimento leggero, quasi domestico: uscire di casa, cercare un punto buio, alzare lo sguardo. È la notte di San Lorenzo, quella in cui “cadono le stelle”, e con loro si attiva uno dei riti più diffusi e meno dichiarati del calendario contemporaneo, ossia esprimere un desiderio.
Si tratta di una pratica relativamente recente, almeno nella forma in cui oggi la conosciamo. Le stelle cadenti di agosto – lo sciame delle Perseidi – sono note da secoli, ma l’idea che quella notte sia la notte dei desideri è il frutto di una sedimentazione lenta, che tiene insieme tradizione religiosa, divulgazione scientifica, cultura popolare e una certa pedagogia laica dell’attesa. San Lorenzo, martire del III secolo, viene associato simbolicamente al fuoco e alla brace; la leggenda parla di “lacrime di fuoco” che solcano il cielo nella notte della sua festa. È su questo immaginario che, nel Novecento, si innesta l’abitudine di guardare il cielo e formulare una richiesta silenziosa.
A differenza di molte feste popolari, qui non c’è un luogo unico, perché il rito non ha centro, non ha un’offerta materiale, non richiede una mediazione istituzionale. Anzi, può compiersi ovunque: su una spiaggia, in campagna, su un terrazzo di città, lungo una strada secondaria fermandosi a motore spento. È una ritualità minima, che non ha bisogno di essere riconosciuta come tale per funzionare, siccome è sufficiente giusto un accordo implicito su alcune regole semplici, come saper aspettare, osservare e desiderare. Spesso anche tacere.
Il desiderio, in questo contesto, non è una preghiera in senso stretto; non è indirizzato a un santo, né a una divinità chiaramente nominata. Al contrario, è una sospensione del discorso ordinario, un momento in cui si concede al possibile uno spazio di parola. Si desidera ciò che manca, ciò che preoccupa, ciò che non si riesce a dire ad alta voce. E il fatto che il desiderio vada espresso rapidamente, quasi di scatto, mentre la scia luminosa attraversa il cielo, ne rafforza il carattere fragile e insieme concentrato. Non c’è tempo per argomentare: si affida al cielo una frase breve, spesso indistinta, che vale più per l’atto che per il contenuto.
È interessante notare come questo rito, pur essendo ampiamente condiviso, non produca comunità visibili, cioè non ci si riconosce tra sconosciuti come accade in una processione o in una festa patronale. La condivisione è sincronica, ma non spaziale, perché migliaia di persone, in luoghi diversi, compiono lo stesso gesto nello stesso arco di tempo, senza bisogno di incontrarsi. In questo senso la notte di San Lorenzo è una festa diffusa, orizzontale, che si adatta perfettamente a una società frammentata ma ancora capace di accordi simbolici minimi.
C’è poi il rapporto con il sapere scientifico, che rende questo rito particolarmente contemporaneo. Sappiamo benissimo che le stelle non cadono, che si tratta di frammenti di polvere cosmica che bruciano nell’atmosfera, eppure questa conoscenza non annulla il rito e non lo svuota, anzi lo accompagna. L’evento astronomico, spiegato e previsto, diventa occasione rituale proprio perché è certo e insieme imprevedibile nella sua manifestazione concreta. Si sa che qualcosa accadrà, ma non quando esattamente, né dove guardare per coglierlo. Dunque, l’attesa resta intatta.
In molte famiglie la notte di San Lorenzo è anche un momento di trasmissione leggera, poiché i bambini vengono portati fuori, gli si insegna a riconoscere il cielo estivo, a stare fermi, a pazientare. Si racconta che “bisogna esprimere un desiderio”, senza spiegare troppo perché. Si tratta di un insegnamento minimo, ma non irrilevante, dal momento che s’impara che non tutto dipende dall’azione immediata, che esiste uno spazio per l’attesa per la formulazione mentale di ciò che si vuole. Com’è intuibile, in un tempo dominato dalla prestazione e dalla visibilità, questo piccolo rito insegna la discrezione.
Insomma, la notte di San Lorenzo non promette miracoli e non garantisce risultati, inoltre non prevede verifiche né ringraziamenti successivi, ma è proprio questa mancanza di obbligazioni a renderla efficace. Il desiderio espresso non chiede conferme e non pretende risposte, perché rimane sospeso, come la scia luminosa che lo ha attivato. In questo senso, più che una festa religiosa, è una pratica simbolica del presente, in cui si riconosce che, anche in una società razionale e disincantata, c’è ancora bisogno di momenti in cui affidare qualcosa all’incertezza.
Forse è anche per questo che, ogni anno, il 10 agosto, continuiamo a uscire di casa: non per credere davvero che una stella esaudisca un desiderio, ma per ricordarci che desiderare è ancora possibile, e che farlo insieme, anche senza saperlo, dà a quel gesto una forza particolare.