di Giovanni Gugg | antropologo
Il 19 marzo, in molte aree del Mezzogiorno, San Giuseppe non coincide semplicemente con una ricorrenza liturgica, ma segna un passaggio riconoscibile nel calendario sociale e stagionale. Nella notte tra il 18 e il 19, in piazze, slarghi urbani, margini di campagna e quartieri periferici, si accendono ancora oggi falò e vampe che resistono a divieti, trasformazioni e cambiamenti di contesto. Non sono fuochi pensati per lo spettacolo, né per l’intrattenimento collettivo, ma servono a bruciare qualcosa, e nel farlo a dichiarare che un tempo si sta chiudendo e un altro sta per cominciare.
In Italia, questa data è anche la Festa del papà, una sovrapposizione piuttosto recente che non è un semplice accidente del calendario civile, ma una coincidenza che rafforza una figura di paternità già profondamente radicata nel culto di San Giuseppe: una paternità fondata sulla responsabilità quotidiana, sulla continuità del lavoro, sulla capacità di sostenere senza esporsi, dunque non banalmente sul gesto eroico o sull’autorità. Giuseppe è padre putativo, figura silenziosa e laterale, ma proprio per questo centrale nell’immaginario popolare, perché rappresenta una forma di protezione che non si manifesta nell’eccezione, bensì nella durata.
Il legame tra San Giuseppe e il fuoco non appartiene al repertorio agiografico in senso stretto, ma si costruisce sul piano simbolico e stagionale. Il 19 marzo cade infatti in una zona di confine dell’anno, a ridosso dell’equinozio di primavera, quando l’inverno è alle spalle ma non del tutto esaurito. Il fuoco interviene in questo punto instabile come gesto di transizione, perché brucia ciò che è rimasto, ciò che è secco, ciò che non serve più. Nei falò finiscono rami potati, legni vecchi, oggetti dismessi, talvolta mobili inutilizzabili. È una pratica che ha certo una funzione pratica, ma che non si esaurisce in essa, infatti ciò che viene eliminato appartiene a un ciclo che si chiude, e la combustione rende visibile questa chiusura.
In questo contesto, San Giuseppe assume una fisionomia ben definita. Non è il santo del miracolo clamoroso, né dell’estasi, ma della stabilità operosa; non a caso è artigiano, lavoratore, figura che tiene insieme famiglia e mestiere. Nei contesti popolari, questa dimensione è tutt’altro che astratta, dal momento che riguarda il nutrire, il mantenere, il garantire continuità. La sua, è una paternità che si misura sulla capacità di attraversare i periodi difficili senza clamore, ed è forse anche per questo che la sua festa è accompagnata, in molte aree del Sud, da una forte tradizione di cibo votivo.
A Napoli, le zeppole di San Giuseppe ne sono l’esempio più noto: dolci ricchi, preparati proprio in occasione del 19 marzo, consumati in famiglia o offerti ad altri. Accanto a esse, in molte zone, compaiono tavolate rituali, pani benedetti, piatti a base di legumi, verdure, pasta. È un cibo che non celebra l’eccesso indiscriminato, ma una prosperità regolata e condivisa. Il fuoco consuma, il cibo nutre; insieme costruiscono un linguaggio elementare ma efficace del passaggio stagionale, in cui distruzione e continuità non si oppongono, ma si completano.
Il fuoco di San Giuseppe, del resto, non è mai distruttivo in senso moderno, poiché non produce rovina, ma trasformazione. Cioè, riscalda l’aria di una notte ancora fredda, raduna attorno a sé presenze sparse, crea un tempo diverso all’interno della quotidianità. Anche quando non è accompagnato da riti codificati, genera una sospensione, perché si resta svegli, si parla e si controlla la fiamma. È un modo per vivere intensamente il passaggio tra una stagione che finisce e una che deve ancora cominciare.
Questa funzione è emersa con particolare evidenza durante il confinamento della primavera del 2020 a causa della pandemia di Covid-19. Nonostante la sospensione delle celebrazioni liturgiche e il divieto di assembramento, in diverse città del Sud – da Taranto a Bari, da Palermo ad Ariano Irpino – i falò di San Giuseppe furono accesi ugualmente, spesso in forma ridotta, frammentata, talvolta quasi clandestina. In alcuni casi vennero letti come atti di irresponsabilità, in altri come gesti di resistenza simbolica. Al di là delle valutazioni morali, colpì la loro ostinazione: anche senza pubblico, senza festa, senza processione, il fuoco venne acceso lo stesso.
In quel contesto, i falò mostrarono con chiarezza la loro funzione profonda, che non era quella di celebrare, ma di reagire. In una fase di sospensione radicale della vita sociale, il fuoco tornò a essere un gesto catartico, un modo per dire che qualcosa doveva comunque finire, essere bruciato, lasciato alle spalle. Era una risposta simbolica a una minaccia invisibile e diffusa, non un atto magico.
I falò di San Giuseppe appartengono così a una grammatica stagionale ampia, che attraversa l’Europa e il Mediterraneo. Sono parenti stretti di altri fuochi di fine inverno e inizio primavera, riti semplici che segnano il passaggio, riscaldano, purificano e aprono. San Giuseppe, con la sua figura appartata e laboriosa, presidia questo passaggio senza enfasi. Non inaugura l’esplosione primaverile, ma la prepara. Il suo è un tempo intermedio, fatto di fuoco controllato, di cibo condiviso, di lavoro che riprende. In un calendario che alterna sospensioni ed eccessi, la sua festa ricorda che la rinascita non arriva all’improvviso, ma va accompagnata, come un campo dopo l’inverno, come una casa ripulita, come un legno che, bruciando, lascia spazio al nuovo.