di Giovanni Gugg | antropologo
La domenica di Pasqua, in molte località della Calabria e della Sicilia, il tempo non si limita a cambiare segno, ma viene messo alla prova. Non basta dire che Cristo è risorto, occorre che l’incontro avvenga davvero, che funzioni, che riesca. È questo il senso profondo dei riti dell’Affruntata – o Cumprunta, Cumfrunta, Svelata – diffusi soprattutto nella Calabria meridionale, e delle loro varianti siciliane, tra cui il celebre Ballo dei Diavoli di Prizzi.
Si tratta di rituali brevi, concentrati, spesso della durata di pochi minuti, ma capaci di generare un’intensità emotiva fuori scala. Al centro c’è sempre un incontro differito: quello tra la Madonna e il Cristo Risorto, mediato quasi ovunque dalla figura di Giovanni. Un incontro che non è immediato, ma preceduto da attese, esitazioni, corse, finte partenze. Il tempo pasquale, che nella liturgia segna la fine del dolore, qui viene invece sospeso, trattenuto fino all’ultimo istante.
In Calabria il rito assume una forma ormai classica: le statue sono collocate in punti diversi del paese, spesso lungo una strada principale, dove Giovanni corre avanti e indietro, annunciando senza mai esaurire la notizia, mentre la Madonna, vestita a lutto, resta ferma, incredula. Cristo, invece, attende, nascosto in una strada laterale. È solo a un segnale preciso – un gesto del priore, un abbassarsi del braccio – che la corsa diventa definitiva. Gesù spunta in piazza, la Madonna perde il manto nero rivelando il colore della festa, e l’incontro può compiersi tra applausi, grida, pianti, fiori lanciati in aria.
È un rito rischioso, perché le statue corrono davvero e i portantini devono essere molto abili a sincronizzarsi, mentre il velo deve cadere nel modo giusto e l’intero assetto deve reggere. Se qualcosa va storto – una caduta, un inciampo, un manto che non si apre – il disagio è palpabile. Non perché “porti sfortuna”, ma perché l’incontro non è riuscito. Come ha scritto Vito Teti, in quell’ora si ha la sensazione che il destino della comunità dipenda dalla buona riuscita del gesto, per cui è una responsabilità collettiva, non simbolica ma reale.
In Sicilia, a Prizzi, lo stesso nodo temporale viene risolto in modo diverso e più conflittuale. Qui la Pasqua è attraversata dal Ballo dei Diavoli, figure mascherate di rosso e di giallo che rappresentano il disordine, l’inganno, la resistenza alla resurrezione. I diavoli tentano di impedire l’incontro tra Cristo e la Madonna, disturbano, inseguono, confondono… e solo l’intervento degli angeli ristabilisce l’ordine, consentendo il compimento del rito. La resurrezione, in questo caso, non è solo annuncio, ma conquista.
Ciò che accomuna queste forme rituali, al di là delle differenze locali, è il modo in cui trattano il tempo, nel senso che la Pasqua non è data per scontata, ma deve essere vista, fatta accadere, attraversata con il corpo. La corsa, la caduta del velo, l’urlo collettivo non sono decorazioni folkloriche, ma dispositivi attraverso cui una comunità verifica che il passaggio è avvenuto.
Non è un caso che questi riti sopravvivano soprattutto nei contesti in cui la festa non è stata completamente addomesticata. Non sono eventi da palco, non funzionano se replicati fuori luogo, non tollerano bene la distanza dello spettatore puro, siccome richiedono presenza, esposizione, partecipazione fisica. Anche chi guarda, in realtà, trattiene il fiato, si irrigidisce, aspetta.
In questo senso, Affruntate e Balli pasquali non parlano solo di resurrezione in senso religioso, ma di un problema più generale: come si passa da uno stato all’altro, come si esce dal lutto, come si torna alla vita senza fingere che il dolore non ci sia stato. Prima dell’incontro, la Madonna non sa. Prima della corsa definitiva, nulla è certo. È questa incertezza condivisa a rendere il rito ancora efficace.
Quando l’incontro avviene, invece, la comunità esplode, ma non perché abbia “vinto”, bensì perché può ricomporsi. Per qualche istante, il corpo collettivo torna a percepirsi come uno solo, allora il tempo riparte, il sole sembra più forte, la banda attacca una marcia allegra, e la Pasqua, finalmente, può cominciare.
(Nella foto di Filippo Armonio Il ballo dei diavoli a Prizzi – filippoarmonio.com)