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Il Carnevale di Mamoiada | Credits Antonella Sanna

Carnevali del Sud. Rovesciamento, corpo e disordine necessario

Il Martedì Grasso in cui il mondo viene capovolto non per essere distrutto, ma per essere messo alla prova

by Luigi D'Alise 16 Febbraio 2026
16 Febbraio 2026
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di Giovanni Gugg | antropologo

Nel calendario rituale del Sud Italia, il Carnevale non è una festa “minore” né una sopravvivenza folklorica da cartolina. È, piuttosto, un momento strutturale del tempo sociale, uno spazio rituale in cui l’ordine viene temporaneamente sospeso affinché possa essere rigenerato. È uno dei dispositivi culturali più raffinati elaborati dalle società contadine e post-contadine del Mezzogiorno per gestire tensioni, conflitti e passaggi stagionali. Infatti, prima della Quaresima – tempo di disciplina, contenimento e controllo – il Carnevale apre una soglia: qui il corpo eccede e la parola si fa satira, cioè l’identità diventa maschera. Non si tratta di caos indistinto, ma di disordine regolato, socialmente autorizzato e temporalmente circoscritto, infatti è proprio questa regolazione a renderlo efficace.
Il principio che attraversa molti carnevali meridionali è il rovesciamento simbolico: uomini che diventano animali, giovani che impersonano vecchi, poveri che ridicolizzano i potenti, generi che si confondono. Il mondo viene capovolto non per essere distrutto, ma per essere messo alla prova.
In questo senso, il Carnevale di Tricarico, in Basilicata, è emblematico. Qui le maschere centrali, chiamate in dialetto locale “l’Mash-kr”, personificano il toro (vestito di scuro) e la mucca, riconoscibile per il cappello a falda larga coperto da foulard e velo bianchi, decorati con lunghi nastri multicolori. Sono figure direttamente riconducibili all’universo agro-pastorale del paese, fortemente caratterizzate sul piano visivo e performativo. Non si tratta di maschere inquietanti o perturbanti: il riferimento al mondo rurale passa attraverso il colore, il movimento e la partecipazione comunitaria. La fertilità non è evocata come forza oscura da contenere, ma come energia sociale da esibire e condividere.
Un principio analogo, seppure declinato diversamente, emerge nel Carnevale di Ottana, in Sardegna, con le maschere dei Boes e dei Merdules: animali e domatori, forza e controllo, istinto e disciplina, dove, tuttavia, il rovesciamento non è giocoso, ma teso, conflittuale, per cui il Carnevale diventa la messa in scena del potere e dei suoi limiti.
Invece, nel Carnevale di Mamoiada, sempre in Sardegna, i Mamuthones avanzano con passo cadenzato, curvi sotto il peso dei campanacci. Il volto è coperto, l’individualità cancellata: non danno spettacolo nel senso moderno del termine, ma mostrano fatica rituale, in cui il tempo sembra rallentare, quasi incepparsi, come se il rito dovesse forzarlo a rimettersi in moto. Questo Carnevale ci mostra prima di tutto un’esperienza corporea, in cui si cammina per ore portando pesi e sopportando maschere, campanacci, rumore.
In questa direzione, ancora più radicale è il Carnevale di Satriano di Lucania, con la figura del Rumita: uomo-albero, silenzioso, coperto di edera. Qui il corpo non eccede per rumore o movimento, ma per sottrazione, perché il Rumita incarna il marginale, l’invisibile, colui che abita i bordi della comunità. È un Carnevale che parla di esclusione, di povertà, di rapporto fragile con l’ambiente, e lo fa senza parole.
Come forse è più noto, accanto alla dimensione cosmica e corporea, il Carnevale è anche uno spazio di critica sociale ritualizzata, dal momento che attraverso il riso, la parodia e l’eccesso, fa in modo che si possa dire ciò che nel resto dell’anno resta taciuto. Ad esempio, in diversi carnevali dell’Irpinia, come quelli di Montemarano, Castelvetere sul Calore e di altri centri dell’area del Partenio – spesso poco noti, ma estremamente densi – compaiono figure grottesche che rimandano a esperienze sociali concrete: la povertà, l’emigrazione, il rapporto ambiguo con il potere locale. Valigie vuote, abiti logori, linguaggi caricaturali mettono in scena biografie riconoscibili, condivise dalla comunità. Non si tratta di satira politica in senso moderno, ma di una forma di controllo simbolico dal basso, attraverso cui il Carnevale rende temporaneamente dicibili tensioni strutturali del territorio, senza trasformarle in conflitto aperto.
In altri contesti, come il Carnevale dell’Orso di Saponara, in Sicilia, la critica passa attraverso la messa in scena dell’alterità: l’orso, animale selvatico, viene catturato, mostrato, addomesticato. Il rito parla in modo chiarissimo del bisogno sociale di contenere ciò che fa paura, rendendolo visibile e governabile.
Nel panorama campano, vanno segnalate due figure particolari: Pulcinella e la Zeza. Il primo non è solo una maschera teatrale, ma un archetipo, perché è sempre affamato, ambiguo, adattabile, sopravvive ai margini dell’ordine; in altre parole, Pulcinella smaschera l’idea stessa di normalità. La Zeza, invece, è al centro di una rappresentazione farsesca del matrimonio, in cui mette in scena il conflitto generazionale, il controllo sulla sessualità, il passaggio di status.
Considerati insieme, i carnevali del Sud non sono tradizioni che “resistono”, ma tradizioni che lavorano sulle tensioni sociali, sulle trasformazioni economiche, sulla relazione con l’ambiente e con il potere. In altri termini, il Carnevale non distrugge l’ordine sociale, ma lo sospende, lo mette temporaneamente in crisi, così da renderlo visibile e, proprio per questo, prepara l’ingresso nella Quaresima, tempo di disciplina e contenimento.

[Nella foto il Carnevale di Mamoiada | Credits Antonella Sanna]

 

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