di Giovanni Gugg | antropologo
Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, nel linguaggio popolare italiano ricorre l’espressione “giorni della merla”, usata per indicare i giorni più freddi dell’anno. Secondo le versioni più diffuse, coincidono con gli ultimi tre giorni di gennaio, anche se la collocazione precisa varia da luogo a luogo. Al di là dell’esattezza meteorologica, ciò che conta è il loro valore simbolico, nel senso che i giorni della merla rappresentano una costruzione culturale del freddo, un modo condiviso per nominare e delimitare il momento più duro dell’inverno.
L’espressione rimanda a un racconto popolare, diffuso in molte varianti, che ha come protagonista una merla (cioè una femmina di merlo). Secondo la versione più nota, la merla – allora di colore bianco – per ripararsi dal freddo degli ultimi giorni di gennaio si rifugia in un camino. Quando ne esce, alla fine dell’inverno, è diventata nera a causa della fuliggine. Da qui l’origine leggendaria del colore del merlo e il nome dei giorni più freddi dell’anno.
La merla, tuttavia, non è importante come animale reale, ma come figura narrativa, infatti in queste giornate non ci sono feste o riti specifici. La merla funziona perché è un personaggio piccolo e fragile, esposto e vulnerabile, che deve affrontare il momento più duro dell’inverno ricorrendo all’astuzia e al riparo domestico. In altre parole, la storia non parla davvero di uccelli, ma di sopravvivenza, perché la merla esemplifica una condizione di debolezza al freddo, la stessa che, nelle società contadine, riguarda anziani, bambini, animali allevati e, più ampiamente, corpi non protetti. Attraverso l’espediente della merla, il freddo viene trasformato in una storia, quindi in qualcosa di nominabile e condivisibile: il gelo non è più soltanto un fatto climatico, ma diventa un episodio con un inizio e una fine, rendendo controllabile la paura collettiva di non superare l’ultimo tratto dell’inverno.
Si tratta di una leggenda che non spiega il freddo, ma permette di addomesticarlo simbolicamente, dandogli un volto, una durata e un esito. Infatti, questi giorni non prevedono gesti collettivi, né pratiche cerimoniali codificate, ma sono piuttosto un sapere narrativo, tramandato attraverso proverbi, racconti familiari e spiegazioni di senso comune. Proprio per questo motivo, nel nostro Paese il loro radicamento è diseguale: l’espressione è conosciuta, ma raramente centrale, e spesso viene evocata con una certa distanza ironica. Ma questa apparente debolezza è rivelatrice: nel mondo contadino il freddo non è mai stato soltanto un dato climatico, ma una vera e propria condizione sociale. In altre parole, il freddo significa immobilità, consumo delle scorte, esposizione dei corpi, rischio per il lavoro agricolo, per cui i giorni della merla rappresentano una narrazione in cui il punto più rigido dell’inverno viene oggettivato in una storia che riesce a renderli sopportabili. Non a caso, dopo quei giorni, anche se l’inverno continua, si ha la sensazione che il peggio sia passato.
L’espressione “giorni della merla” prende forma soprattutto nell’Italia settentrionale, in particolare nell’area padana, dove l’inverno è storicamente più lungo e più rigido e dove la necessità di concentrare simbolicamente il gelo in un tempo delimitato rispondeva a un’esigenza concreta di orientamento e rassicurazione. La loro diffusione nel resto della penisola, Sud compreso, va letta quindi come il risultato di una circolazione di saperi popolari, più che come l’espressione di una tradizione radicata in modo uniforme. Nel Mezzogiorno, infatti, l’inverno è meno estremo, ma più umido, più instabile e meno prevedibile, per cui il gelo non richiede una ritualizzazione forte, bensì una cornice narrativa leggera, capace di nominare il disagio senza drammatizzarlo.
Tuttavia, in questo quadro va collocata la Candelora (2 febbraio), che non ha alcun rapporto diretto con i giorni della merla, ma insiste sullo stesso periodo liminale del calendario. Dal punto di vista liturgico, la Candelora non riguarda il clima né l’inverno; tuttavia, nel calendario popolare europeo – e in particolare in Francia, dove tradizionalmente si preparano le crêpes – essa è diventata una data-soglia attorno a cui si concentra una ricca tradizione proverbiale legata al freddo residuo. Intorno a quei giorni si colloca l’idea che l’inverno possa concentrare il suo ultimo colpo di coda prima di cedere: in Italia si benedicono le candele come forma di protezione dai temporali e, soprattutto, dalle malattie. Non si tratta dunque dello stesso racconto né dello stesso dispositivo simbolico dei giorni della merla, ma di un’analoga esigenza culturale: dare forma e senso al tratto finale dell’inverno, rendendo pensabile e attraversabile l’attesa del cambiamento stagionale.
Aver dato un nome a questi giorni e averli legati ad una leggenda possono sembrare sciocchezze, invece sono un modo per dare forma al calendario e per aiutarci a pensare l’attesa. I giorni della merla non promettono la primavera, né annunciano un cambiamento imminente, ma svolgono una funzione più discreta ed essenziale, perché permettono di concentrare la fatica in un tempo breve e riconoscibile, trasformando il disagio climatico in un’esperienza simbolicamente governabile.