La vitivinicoltura “eroica” non è soltanto un segmento produttivo di rilievo per la qualità dei prodotti e per la fama di cui essi godono a livello internazionale. E’ essenziale quale elemento di conservazione della cultura, delle storia e delle tradizioni locali e per il ruolo fondamentale che essa ha nella gestione dell’assetto territoriale, ambientale e del paesaggio. Non sempre condiviamo il suo pensiero, ma stavolta Luca Zaia, ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha ragione da vendere. Questo tipo di coltivazione copre a livello nazionale il 7-8% degli ettari complessivamente vitati, corrispondenti ad oltre 50mila in valore assoluto, su un totale in Italia di quasi 682mila ettari censiti da Agea nello schedario viticolo.
E’ particolarmente viva in alcune regioni, come la Valle d’Aosta, il Trentino Alto Adige e la Liguria e occupa ben 200mila addetti. E in Campania? Impossibile non pensare subito ad una realtà come quella di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo. La storia di quest’azienda è nota. Gran Furor Divina Costiera è un marchio che risale al 1942, quando iniziò ad essere impiegato per commercializzare i vini ottenuti dai terrazzamenti della Costa di Furore. Andrea Ferraioli, ultimo discendente di un’antica famiglia di vinificatori locali e la moglie Marisa Cuomo nel 1980 acquistarono il marchio. Quell’anno, per loro, segnò anche l’inizio di una meravigliosa avventura, difficile ma affascinante: produrre vini in luoghi di incoparabili bellezze naturali, ma estremi sotto il profilo viticolo. Rocce a picco sul mare con viti da allevare, per poi raccoglierne il frutto da trasformare in vino.
Nel 1995 quel duro lavoro, reso possibile dalla grande passione per il vino e l’amore profondo per i luoghi d’origine, venne premiato con la Doc Costa d’Amalfi. Sei le etichette prodotte: Fiorduva, la star, Furore Rosso Riserva, Ravello Rosso Riserva, Furore Bianco, Furore Rosso e Ravello Bianco. E una guida d’eccezione, quella dell’enologo Luigi Moio.
La superficie coltivata a vite si estende su dieci ettari, di cui tre e mezzo di proprietà. Il suolo è costituito da rocce dolomitiche calcaree, la vite è allevata prevalentemente a pergolato e spesso piantata sulle pareti rocciose verticali, come è possibile osservare nel campo situato proprio di fronte alla sede aziendale.
Di martedì scorso la puntata a Furore. Ad accoglierci, il calore e la simpatia dei padroni di casa, alle prese con la consegna di alcuni lotti di pluripremiato Fiorduva, felice sintesi di uve Fenile (30%), Ginestra (30%) e Ripoli (40%). “Qui siamo abituati da sempre, a causa del ridottissimo spazio agrario della costa d’Amalfi, a strappare alla roccia terreno coltivabile – spiega Ferraioli -. E’ un territorio, come spieghiamo anche nella nostra presentazione, con i piedi immersi nell’acqua e il volto baciato dal sole. I vigneti sono parte integrante del paesaggio, dai 180 ai 620 metri sul livello del mare”.
Entriamo in cantina, anch’essa strappata alla montagna e alla roccia, dove si ottiene il grado di umidità ideale per maturazione e invecchiamento in barriques. “E’ qui che custodiamo i nostri vini. Un angolo è dedicato alla sperimentazione, con uve come il Porcino e la Serpentaia – continua -. E poi c’è il Fiorduva, il cui nome nasce dall’unione tra due simboli del territorio: il Fiordo di Furore e naturalmente l’uva”. Un vino buono, non solo nel bicchiere. Insieme al Furore rosso riserva, partecipa al Wine for life, una iniziativa della Comunità di Sant’Egidio per sostenere la battaglia con l’Aids che si combatte in Africa.
Dopo uno sguardo ai modernissimi impianti di imbottigliamento, via in ufficio, dove scopriamo un’altra passione di Andrea Ferraioli: quella per la fotografia. E allora via, davanti al monitor, ad ammirare scatti che immortalano scampoli di vigne innevate, panorami della costiera amalfitana, eventi e premiazioni, volti e mani di uomini e donne intenti a lavorare in vigna. “Questo è “zio Estremix“”, spiega indicando una gigantografia (nella foto di copertina) che ritrae un uomo appollaiato su una scala, che stringe tra i denti stroppe per legare le viti. E che contrae il viso in una smorfia che diviene simbolo di fatica e sacrificio.
Perfetta sintesi iconografica di vitivinicoltura “eroica”.
(Luigi D’Alise)